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UN ALT(R)O EVEREST – LA NOSTRA RECENSIONE

UN ALT(R)O EVEREST – LA NOSTRA RECENSIONE

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Dal 25 aprile 2020
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UN ALT(R)O EVEREST – PRESENTAZIONE

Nuovamente Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris, nuovamente una storia di uomini e di montagna.
A distanza di qualche anno dalla prima impresa di “teatro d’alta quota”, stiamo parlando di (S)LEGATI, Bicocchi e Fabris tornano ad affrontare la montagna e i grandi temi e snodi della vita che essa ci presenta e rappresenta.

UN ALT(R)O EVEREST – LO SPETTACOLO

Anche in questo caso lo spettacolo nasce da un libro “Il cerchio bianco”, nonché da testimonianze di chi a tali imprese ha preso parte.
Questa volta si tratta di una vicenda meno nota sempre di due amici, Jim Davidson e Mike Price, che decidono di affrontare la temibile Liberty Ridge route per arrivare sulla vetta del Monte Rainier, nello stato di Washington, Stati Uniti, “The Mountain” come la chiamano a Seattle.
Il racconto si svolge con scene in cui siamo sulla montagna , in cammino e dove, come nell’altro spettacolo, dopo la conquista della vetta, sulla via del ritorno, accade l’imprevisto, l’incidente.
Anche qui c’è una corda che li lega, in montagna si procede in cordata, i due protagonisti sono amici, sono una squadra.

Se in (S)legati la corda si spezza, in Un alt(r)o everest invece resiste e i destini sono segnati diversamente.
Non si tratta però di una copia del precedente lavoro, qui la narrazione dell’impresa viene alternata con scene di flashback della vita dei due protagonisti, del loro vissuto comune, di come nasce l’idea dell’impresa e di come si preparano e giungono ad affrontarla.
E’ una storia metafora della vita, le difficoltà, i passaggi obbligatori che la vita ci mette davanti.
Crepacci! Non possiamo aggirarli, dobbiamo attraversarli.
E’ la storia di come si affrontano le perdite, di come trovare la forza e la risolutezza per sopravvivere.
E’ la storia di come sopravvivere con una assenza, un vuoto.

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UN ALT(R)O EVEREST – CAST

Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris ancora una volta sono una vera squadra, nel far progredire sempre più il phatos, il panico che li assale, la voglia insopprimibile di superare, andare oltre l’ostacolo.
Ottengono tutta questa intensa progressione intervallando appunto, nei momenti di maggior tensione, questi flaschback della loro vita quotidiana, le bevute insieme, i progetti condivisi, la moglie di uno dei due (Jim) e della difficoltà di farle accettare questo suo bisogno della montagna.
Molto bello ed intenso l’uso frequente del contatto fisico e di sguardi tra loro, contatti di sostegno, di contrasto talvolta, di conforto, di supporto.

UN ALT(R)O EVEREST – SCENOGRAFIA

Maria Spazzi è la responsabile della scenografia che utilizza come unici oggetti di scena due sedie di legno che vengono composte e ricomposte. Le seggiole diventano ora poltrone da american pub, ora strumenti di sostegno alla salita, ora sedili d’auto su cui viaggiare.
Le luci opera di Alessandro Verazzi scandiscono i tempi e i luoghi del racconto; sono il buio della notte ad alta quota o del crepaccio dove sono finiti, illuminati solo da un faretto dall’alto ad indicare la luce da raggiungere; sono le luci più chiare e luminose dei momenti della vita precedente.
E poi ci sono i suoni! Uno in particolare che insistente ed invadente riempie la scena ed è una sorta di fragore, di turbine dell’aria che risuona costante nelle scene di montagna, contribuendo non poco a creare ed aumentare il senso oppressivo di ineluttabilità e di terrore che pian piano prende la gola dello spettatore.

UN ALT(R)O EVEREST – CONCLUSIONE

Quello a cui ci mette di fronte questo spettacolo, così come mette di fronte i due amici, non è una semplice scalata, ma un viaggio nella profondità dell’amicizia.
Costringe a scavare per trovare tutta la capacità di reagire, tutta quella che oggi si chiama “resilienza”, per far fronte all’improvvisa difficoltà, alla caduta, al crepaccio in cui si è precipitati.
Costringe a scoprire il duro percorso dell’accettazione, del vivere con un vuoto, una perdita, una assenza.

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