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Nel tempo degli dei – Il calzolaio di Ulisse: Paolini e l’eroe viandante e profugo

Nel tempo degli dei – Il calzolaio di Ulisse: Paolini e l’eroe viandante e profugo

nel tempo degli dei
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Nel tempo degli dei – un Ulisse viandante e profugo

Nel tempo degli dei- Il calzolaio di Ulisse è l’ultimo spettacolo scritto da Marco Paolini in collaborazione con Francesco Niccolini.

Nel tempo degli dei è andato in onda sabato 7 novembre su Rai 5, per la prima volta.

Nel tempo degli dei è un ripercorrere le tappe della storia di Ulisse, dalla partenza da Troia, ormai in mano agli assedianti, fino al ritorno ad Itaca ed oltre, ma attraverso lo sguardo di un Ulisse, ormai stanco, deluso e senza speranze.

Nel tempo degli dei è anche, come ha dichiarato Paolini in una intervista ad Anna Bandettini su Repubblica, uno “spettacolo radicalmente politico” dove sono frequenti i rimandi a realtà quotidiane.

LO SPETTACOLO

Nel tempo degli dei, il sottotitolo è Il calzolaio di Ulisse, perché in questa visione di Paolini, Ulisse è un pellegrino, ormai invecchiato  che cammina con un remo in spalla.

Apparentemente senza meta, ma in realtà incamminato su un sentiero, ben lontano dal mare, che sale verso l’Olimpo.

Lungo questo sentiero incontra un pastore, pian piano lungo lo spettacolo scopriremo che costui è l’uomo che secondo la profezia di Tiresia gli permetterà di tornare a casa per sempre (è Hermes, con cui è anche imparentato).

Nello spettacolo il pastore è un giovane studente che conosce bene le vicende, note a tutti, di Ulisse e pungola lo stanco “calzolaio” a narrargli altri punti di vista, fatti rimasti sconosciuti.

Ex guerriero, ex eroe, l’Ulisse di Paolini si è ridotto a viandante, un pellegrino invecchiato che non ama svelare la propria identità, che racconta il minimo, con poche scarne parole, obbligando il misterioso pastore a pungolarlo di continuo per estrargli altre notizie.

Ed in questo narrare con fatica e sofferenza, si ripercorrono in realtà i fatti noti della vicenda di Ulisse, ma con un altro sguardo che fa si che molti episodi richiamino e rispecchino momenti e fatti della nostra storia odierna.

«L’Ulisse che vorremmo raccontare è quello che ha già vissuto tutte le sue peripezie, è un vecchio di oggi: ancora molto in gamba, consapevole ma senza futili illusioni. È un saggio confuso e disorientato che ha bisogno di continuare a comprendere, nonostante tutto. È un Ulisse che, finalmente, prova ad ascoltare sua moglie, suo figlio, che prova a comprendere persino gli dei capricciosi che si sono giocati il suo destino.“ (Gabriele Vacis)

AUTORI, ATTORI E MUSICI

Marco Paolini è da molto tempo che studia ed esplora la figura di Ulisse.

Il primo lavoro è del 2003, dopo un decennio ne fece una rilettura a Milano in occasione dello spettacolo “Odyssey” di Bob Wilson per giungere infine all’attuale “Nel tempo degli dei” scritto con Francesco Niccolini

Marco Paolini, ovviamente, è l’attore principale, ma come abbiamo già accennato, non si tratta di uno dei suoi monologhi; abbiamo anche altri in scena.

Figure che sono musicisti e cantanti, perché anche in questo spettacolo abbiamo un componente musicale, che  è decisamente più presente ed importante che nei precedenti lavori di Paolini.

C’è Saba Anglana, cantante e attrice italiana di origine somala, voce decisamente interessante che ha inoltre collaborato anche nella composizione delle musiche.

A tratti a seconda delle esigenze del copione è Circe, piuttosto che Calipso ed infine Penelope.

Le musiche originali sono di Lorenzo Monguzzi, chitarrista, cantante, cantautore, compositore, dal 2003 ha collaborato con Marco Paolini in numerosi dei suoi spettacoli

Elisabetta Bosio talentuosa violinista che dialoga con Paolini/Ulisse interpretando Athena, Elia Tapognani giovane attore che interpreta Telemaco ed altro giovanissimo attore (non ancora maggiorenne) Vittorio Cerroni che interpreta il giovanissimo pastore , in realtà Hermes sotto mentite spoglie, che dialoga con Ulisse

La regia è di Gabriele Vacis

CONCLUSIONE

Nel tempo degli dei è uno spettacolo decisamente diverso rispetto a quelli a cui ci ha abituato Marco Paolini.

Non è un monologo, piuttosto un dialogo, forse una confessione.

Certo rimane un teatro sociale, che è la caratteristica di Paolini, ci sono riferimenti a realtà contemporanee.

C’è molta musica, le parti musicali oltre ad essere più presenti, sono non solo colonna sonora, ma parte della narrazione.

Aleggia su tutto lo spettacolo un  senso di disillusione, di stanchezza, forse anche di perdita della speranza.

Forse è questo che colpisce di più, c’è sempre lo sguardo lucido sulla realtà umana, c’è la denuncia, ma manca la speranza.

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