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Uno zio Vanja

“Uno Zio Vanja” di Anton Čechov.
Dall’8 al 17 marzo al Teatro Parenti
adattamento Letizia Russo
con Vinicio Marchioni, Francesco Montanari, Lorenzo Gioielli, Milena Mancini, Alessandra Costanzo, Nina Torresi, Andrea Caimmi, Nina Raia
regia Vinicio Marchioni.

Il testo e le dinamiche tra i personaggi sono quelle del testo classico di Čechov, ambientato però in un imprecisato paese del centro/sud Italia devastato dal terremoto, dove nei dialoghi in alcuni momenti vengono inseriti riferimenti precisi alle realtà attuali (riferimenti ad ecoscandali italiani come le terre del fuoco, come la Tav, l’Iva…).

I personaggi trascinano la loro vita, ormai rassegnati, senza speranze, senza illusioni ne sogni.

Passano le loro giornate rammaricandosi dei tempi passati, rimpiangendo occasioni perdute, preferendo non sapere per fingere di avere ancora delle speranze.

Parlano, parlano tanto, ma fanno poco, molto poco.

Ingabbiati dall’abitudine, dal piccolo quotidiano, talora meschino, che si ripete senza fantasia, hanno perso la forza, la voglia di reagire, di ribellarsi.

Rinunciano quindi ad agire, si rifugiano nel bere o quando, come zio Vanja, tenta di reagire, fallisce, si copre di ridicolo, si deve infine umiliare e scusarsi per poi riprendere la sua vecchia vita di lavoro senza mai una sosta, un ringraziamento, un riposo, un amore.

Vinicio Marchioni e Francesco Montanari assolutamente veri, reali nel mettere in scena i loro sogni infranti, la loro stanchezza di vivere, la disillusione e il desiderio, non ancora completamente morto, di un amore, un affetto.

Il dottore (Francesco Montanari) cerca di trovare una risposta una speranza nella natura, nella cura degli alberi, visto che la cura dell’uomo lo ha deluso.

Vanja (Vinicio Marchioni) si aggrappa alla memoria della sorella morta, al volere del padre e nel cercare di fornire tutti gli aiuti possibili al cognato idealizzato, ma la scoperta della pochezza e meschinità di questo cognato gli tolgono tutti i sostegni per proseguire la sua vita di sacrifici.

Sonia (Nina Torresi) quasi più infantile di quanto sia la sua reale età, nello stesso tempo così impegnata insieme allo zio nel lavoro, unica sua ragione di vita. Innamorata del dottore, ma incapace dimostrare il suo affetto, rimane in una eterna attesa che lui si accorga del suo cuore di donna.

Finale amaro, disincantato, tutto ritorna, apparentemente, come prima.

A Sonia e allo zia Vanja non rimane che continuare con l’aspettativa di un futuro fatto di sola fatica e lavoro, con l’unica soddisfazione ed orgoglio di aver compiuto il loro dovere fino alla fine.
Sperando in un riconoscimento in un ringraziamento dopo la morte.

«I temi universali della famiglia, dell’arte, dell’amore, dell’ambizione e del fallimento, inseriti in una proprietà ereditata dai protagonisti della vicenda di Zio Vanja, sono il centro della messa in scena. Cosa resta delle nostre ambizioni con il passare della vita? E se fossimo in Italia oggi, anziché nella Russia di fine 800? La nostra analisi del capolavoro cechoviano parte da queste due domande, che aprono squarci di riflessioni profondissime, attraverso quello sguardo insieme compassionevole, cinico e ironico proprio di Anton Cechov finalizzato a mettere in scena “gli uomini per quello che sono, non per come dovrebbero essere”.» (Vinicio Marchioni)

Intenso, commovente ed estremamente affascinante vedere come tutto rimanga valido, reale e contemporaneo, pur avendogli cambiato luogo, epoca e contesto.

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