“Paparazzi, Izakayas and Cowboys”, il nuovo album di Simone Sello disponibile su tutte le piattaforme digitali di streaming dal 12 dicembre 2025
Il nuovo album “Paparazzi, Izakayas and Cowboys”
“Paparazzi, Izakayas and Cowboys” è il nuovo progetto di Simone Sello che fonde atmosfere Spaghetti Western con rock/blues, surf ed elettronica retro-futurista, arricchite da suggestioni giapponesi. Ogni brano è concepito come un capitolo di un film immaginario, dove la chitarra guida l’ascoltatore attraverso paesaggi desertici, notti urbane al neon e scenari surreali. L’album viene pubblicato traccia dopo traccia, in un percorso narrativo che unisce ricerca sonora e visione cinematica.
Dal vivo, il progetto si trasforma in uno spettacolo multimediale con musica e proiezioni originali in perfetta sincronia. Un viaggio unico e internazionale, dove Morricone incontra Kubrick e Moroder, tra cowboy, izakaya e visioni futuristiche.
L’autore di Paparazzi, Izakayas and Cowboys
Simone Sello è chitarrista, compositrice e produttrice musicale, regista surrealista e giornalista musicale.
È noto per il suo lavoro con l’Orchestra del Festival di Sanremo, Billy Sheehan, Aaron Carter, Disney, Vasco Rossi e Warren Cuccurullo; e come giornalista per le riviste Chitarre, Strumenti Musicali, Accordo.
La sua formazione musicale si basa sugli studi del violino classico, con influenze che vanno da artisti classici e jazz (Bach, Ravel, Miles Davis, Weather Report), artisti pop e rock (Beatles, David Bowie, Pink Floyd, Metallica, Lucio Battisti), e anche quelli sperimentali (Luciano Berio, Brian Eno, Terje Rypdal, Klaus Schulze).
Simone iniziò la sua carriera professionale nella sua città natale, Roma, a 16 anni, e alla fine divenne noto a livello nazionale. Mentre costruiva una lunga lista di collaborazioni, iniziò a scrivere per riviste musicali, ottenendo così un tipo di visibilità diverso.
Nel 1997 si è trasferito a Los Angeles e ha pubblicato alcuni suoi lavori come SimoneX.
Intervista con Simone Sello
“Paparazzi, Izakayas and Cowboys” è un titolo molto evocativo: da dove nasce questo immaginario così particolare?
Nasce da una necessità di tenere insieme mondi che fanno parte della mia vita.
Il titolo è una fotografia surreale della mia geografia emotiva: l’Italia con il suo immaginario mediatico e narrativo, il Giappone con la sua quotidianità notturna, e l’America con il mito del West e della frontiera.
Sono elementi apparentemente lontani, ma che invece convivono nella mia esperienza personale, e che ho voluto far dialogare anche nella musica.
L’album viene descritto come una sorta di film immaginario: in che modo la musica racconta questa storia?
Diciano che ogni brano è concepito come una scena. Però non c’è una trama lineare, ma un flusso narrativo fatto di atmosfere, personaggi sonori e paesaggi emotivi.
Ispirandomi all’estetica surrealista, la musica suggerisce immagini, movimenti, transizioni, come accade nel cinema. L’ascoltatore non segue una storia scritta, ma attraversa un mondo, lasciando che sia la propria immaginazione a completarlo.
Nel disco convivono Spaghetti Western, rock, elettronica e suggestioni giapponesi: qual è il filo che tiene tutto insieme?
Il filo è appunto la mia immaginazione.
Non lavoro tanto per generi, ma piuttosto per immagini e sensazioni. Ogni linguaggio sonoro diventa un colore, uno strumento narrativo.
Il collante è l’intenzione: raccontare un viaggio interiore usando suoni che evocano luoghi e culture diverse, ma che condividono la stessa tensione emotiva.
Che ruolo hanno avuto i tuoi viaggi e la tua vita tra Roma e Los Angeles nella scrittura dell’album?
Direi un ruolo fondamentale! Vivere tra Roma e Los Angeles significa muoversi continuamente tra memoria e presente, tra radici e possibilità.
Roma porta con sé la stratificazione, il tempo lungo, la melodia; Los Angeles l’apertura, la vastità, il movimento.
La musica nasce proprio da questo attrito fertile tra mondi diversi.
Quanto è importante per te la dimensione narrativa e cinematografica rispetto alla forma-canzone tradizionale?
Per me è centrale: la forma-canzone resta importante, ma non è l’unico contenitore possibile.
Mi interessa di più creare un’esperienza narrativa, uno spazio in cui il suono possa respirare e suggerire immagini, piuttosto che chiudersi in una struttura rigida.
È una musica che non chiede solo di essere ascoltata, ma attraversata. Tuttavia in questo progetto, almeno a livello strutturale, non mi sono allontanato troppo dalla forma-canzone, anche se in molte delle composizioni sono strumentali.
Nel progetto emerge anche una vena ironica: che funzione ha all’interno del tuo linguaggio artistico?
L’ironia è una forma di libertà: la ho sempre identificata (ed apprezzata) come elemento intelligente, ad esempio nella produzione di Frank Zappa, o in Italia nei testi di Paolo Conte o in alcuni di Vasco Rossi.
Serve a non prendersi troppo sul serio e a creare distanza critica rispetto ai miti, ai generi e anche a sé stessi.
Nel mio lavoro l’ironia convive con la poesia: è un modo per alleggerire, per rendere il viaggio più umano e meno dogmatico.
Alcuni riferimenti rimandano al cinema di Kurosawa e Sergio Leone: quanto il cinema influenza il tuo modo di comporre?
In maniera profonda.
Da Kurosawa ho imparato il valore del tempo, del silenzio e dell’attesa; da Leone la potenza dell’immaginario e di certi dettagli sonori.
E comunque, al di là dei riferimenti specifici a certi registi, quando compongo penso spesso in termini di dinamica, spazio, tensione… Il mio goal è di raccontare delle storie attraverso i suoni, in maniera che questi possano stimolare anche gli altri sensi, in maniera quasi sinestetica.
La musica diventa così una sceneggiatura sonora.
Dal vivo il progetto diventa uno spettacolo multimediale: come cambia la percezione della musica sul palco?
Dal vivo la musica si completa.
Le proiezioni, sincronizzate alla performance, trasformano il concerto in un’esperienza immersiva.
Il pubblico non assiste solo a un’esecuzione, ma entra fisicamente ed emozionalmente dentro il mondo del progetto: è un’estensione naturale di come nascono i brani.
Che tipo di esperienza vuoi far vivere all’ascoltatore, sia su disco che dal vivo?
Vorrei che fosse un’esperienza di sospensione, Un momento in cui il tempo rallenta e l’ascoltatore può perdersi, immaginare, viaggiare.
Che sia in cuffia o davanti a un palco, l’obiettivo è lo stesso: creare uno spazio emotivo in cui suono e visione aprano possibilità, più che dare risposte.



